Premessa generale (relativa a tutti i post)

Questo blog esiste grazie ai contributi di vari autori. Il gruppo iniziale (che contiamo di allargare) non è omogeneo per molti aspetti (e non potrà né dovrà mai esserlo), ma condivide l’idea che il tempo della vita meriti di essere vissuto con consapevolezza e passione, anche se la cultura di massa, i rituali sociali .. (continua a leggere la premessa generale)

giovedì 19 agosto 2010

Salvatore Natoli e la felicità possibile







Nella hit parade dei tabù il sesso è sceso all’ultimo posto e al primo posto svetta il dolore. Se qualcuno ne parla o lo mostra, tutti cercano di “tirarlo su” con una pacca sulla spalla, con la fede o con un grappino. Bisogna essere felici, pensare positivo, patteggiare con la vita. Confidare di essere felici domani o accontentarsi di essere già felici in una gabbia di matti.

L’idea che il dolore faccia parte della vita e che vivere una vita veramente umana implichi la capacità di convivere con il dolore non ha un gran seguito. Lo stesso si può dire dell’idea secondo cui solo l’accettazione del dolore ineliminabile permette di provare vera gioia e trovare la felicità. Queste “robe” sembrano bizzarre perché non ne parla la TV, a meno che non venga intervistato un esperto di psicologia che comunque proporrà qualche idea consolatoria e “positiva”.

La gente scappa dal dolore. Inizia negli anni dell’infanzia e tira dritto per anni. Il dolore va combattuto. Non dovrebbe esserci. E’ un errore del sistema. Le cose giuste sono le chiacchiere (fra “amici” perditempo o in TV), lo sport (nel senso di tifare per chi arriva primo o infila una palla in una rete o dà cazzotti più forti), le vacanze (dove? ovunque” … a fare cosa? le stesse cose che si fanno in città, ma in un contesto diverso … quali cose? litigare con i “cari” e ammazzare il tempo!), la bellezza (fitness, moda, gioventù), l’astuzia (gestire un ministero se sei un venditore o una ballerina), il consenso (di chi? dei più fessi).

Già, il dolore non è di moda. La compassione quindi è considerata una sorta di perversione. Perché devo provare compassione e tenerezza per me se con un tatuaggio divento un tipo eccezionale? Perché devo provare compassione o tenerezza per i miei simili se i miei simili sono drogati di ottimismo come me o depressi marci quando quello dei tatuaggi va in ferie? Perché devo provare compassione o tenerezza per i miei figli? Loro stanno bene: stanno guardando la TV!

Purtroppo anche la felicità non è di moda. Si rincorre l’attimo in arrivo anziché “stare” nell’attimo fuggente. Ci si imbufalisce per l’attimo fuggito perché il tempo non deve essere vissuto, ma “trattenuto”.

E’ consolante che nel frastuono generato dalla filosofia del nulla, qualcuno ogni tanto si conceda il lusso di ragionare sulla vita, si sentirla e di ragionare su ciò che sente.

Riporto quindi volentieri alcune riflessioni di un filosofo contemporaneo, Salvatore Natoli, il quale ha il merito di manifestare sensibilità e lucidità. Una miscela che non interessa tanta gente, ma che per alcuni è preziosa. Tutti i testi che cito di seguito sono suoi. [ Per un approfondimento del pensiero di Natoli si può vedere il post che ho pubblicato in questi giorni alla pagina web http://gianfrancoravaglia.blogspot.com/ ].


Gianfranco






“Bisogna sempre aversi a cuore, sempre dobbiamo essere competenti circa quello che possiamo e non possiamo, circa quello che possiamo avere e non possiamo avere, circa il dovere di rinunciare ad alcune cose, perché inseguendole ci indeboliamo, e di sceglierne altre. Ma quando mai gli uomini sono stati formati alla cura di sé? Quando mai sono diventati soggetti morali? E’ qui il grande problema dell’etica.

Noi abbiamo sempre pensato l’etica secondo la categoria del dovere, dell’essere conformi a una norma. Non l’abbiamo mai pensata nel suo significato originario, come ethos, cioè come la buona abitudine, l’abilità di governare se stessi. Siccome non siamo onnipotenti, c’è etica soltanto se c’è amministrazione della propria finitezza e si è costitutivamente immorali se ci si ritiene onnipotenti” (2002, Stare al mondo, Feltrinelli, Milano, p. 92).




“Noi siamo una società dell’indifferenza, che al dolore non è attenta. A fronte di quest’apatia verso la sofferenza abbiamo l’epopea del macabro, dello spudorato, i casi televisivi (…). Noi abbiamo delle manifestazioni clownistiche della sofferenza, che non riducono la quantità di dolore di chi soffre, fanno sentire gli uomini un po’ imbecilli un po’ buoni (‘davanti a quell’episodio mi sono commosso’, ‘ho versato 10.000 lire’, mai responsabili del dolore altrui, sempre spettatori) e arricchiscono gli speculatori.

Allora consuetudine alla lotta, attenzione alla sofferenza, sentimento forte della propria dignità e della propria gloria. Non cedere, avere il senso della propria bellezza. Essere strenui. Io ho visto uomini malati terminali di cancro che hanno affrontato quest’ultima parte della loro vita col sentimento della propria gloria. Sapevano di non poter andare al di sotto di quello che erano stati, di non poter deludere le aspettative di quelle persone che li avevano visti sempre all’altezza delle situazioni. E’ chiaro che si resiste nel dolore se c’è un sentimento antecedente del dolore e se si è stati formati a questo, e si capitola se si è vissuti nella dimensione dell’incuria di sé, del vivere come gli altri” (2002, Stare al mondo, Feltrinelli, Milano, pp. 94-95).




“La serenitas è una delle forme della felicità: è il cielo senza nubi, è quindi uno scambio tra me e l’ambiente. L’espansione assume la caratteristica non della distruzione dell’ambiente, ma della fusione con esso, dell’immersione – che è quello che accade agli amanti nell’abbraccio, dove l’uno si perde nell’altro. Infatti, l’esperienza amorosa, a partire dall’orgasmo presenta questo reciproco, totale abbandono.

Non a caso i Greci dicevano di partire da Afrodite. Si cresce insieme, spasmodicamente insieme, e meglio riusciamo nel nostro intento se c’è l’unisono, se scatta la sintonia, se i corpi si riconoscono. Al contrario, il progetto di crescita riesce male se c’è violenza dell’uno sull’altro, se non c’è accordo, se non c’è l’intonazione. Qualcuno soffre in quel piacere o gioisce poco. Quindi, per ottenere il massimo di gioia nell’orgasmo bisogna sentire l’altro, non solo sentire se stessi” (2007, L’attimo fuggente e la stabilità del bene, Edup Roma, rist. 2008, pp. 24-25).




“Il male che circola nella società nasce spesso da un equivoco: ci si sente a posto perché ‘non si è fatto niente di male’, perché non si ha alcuna responsabilità. Ma in ciò la colpa maggiore: gli uomini si danneggiano non tanto perché si fanno del male ma perché si disinteressano gli uni degli altri. E quest’atteggiamento lascia spazio a coloro che il male lo perpetrano davvero” (2006, Sul male assoluto – Nichilismo e idoli nel Novecento, Morcelliana, Brescia, p. 64).




“Il neopaganesimo contemporaneo, che si sviluppa all’interno del processo di secolarizzazione, ha una caratteristica che può essere formulata brevemente in uno schema: abbiamo un paganesimo senza tragedia e un bisogno di salvezza senza fede” (2007, La salvezza senza fede, Feltrinelli, Milano, rist. 2008, p. 44). “C’è il desiderio di un mondo liberato dal dolore, ma non c’è più un dio che garantisca questo, non c’è un garante assoluto. Quindi ancora una volta torna la tecnica come luogo della propria salvezza: quello che non può fare Dio, deve essere costruito dall’uomo stesso. Torna la figura mitica della tecnica” (op. cit. p. 51). “Il tragico –quello vero- non è un genere letterario, ma è una visione del mondo” (op. cit. p. 53). “La visione tragica del mondo intende la realtà come lacerazione” (op. cit. p. 56). “Se il tragico è esperienza della lacerazione, a esso si regge in quanto si diviene capaci di decisione (…) La vita è lacerazione: essa è il movimento della contraddizione. Chi volesse emanciparsi dalla contraddizione uscirebbe dalla vita. Al di fuori della contraddizione non c’è vita e il vivere propriamente consiste nella capacità di ricucire, di volta in volta, i lembi strappati dell’esistenza, di ritesserla continuamente nonostante e oltre il dolore. Oltre il dolore in forza di un più profondo amore: la vita che noi siamo e che al di là di ogni lacerazione ricerca se stessa. Fino a che ne ha la potenza e, perciò, senza tracotanza” (op. cit. p. 61). “L’uomo non si realizza disfacendosi del peso del tempo, ma portando a compimento la sua forma in esso. Attingere il limite delle proprie possibilità significa per l’uomo raggiungere il proprio culmine. Non è dunque nell’infinità della durata che si rinviene il valore, bensì nell’intensità della vita. L’intensità della vita non è data solo dall’espansione di sé, ma dalla capacità di aderire alla vita anche di fronte a ciò che la contraddice” (op. cit. pp. 227-228).




“Vive bene non chi cancella la morte, ma chi è capace di portarsi alla sua altezza. Questo da tempo affermo quando definisco la mia filosofia un’etica del finito” (2000, La felicità di questa vita, Mondatori, Milano, rist. 2009, p. 168).




“Nel presente molte sono le abilità, poco lo ‘studio’, inteso come ozio e meditazione. Siamo, soprattutto, divenuti incapaci di silenzio. Se ne ha paura. La follia oggi è meno legata a realtà determinate: è più impalpabile. E’ vissuta come fuga, si cela nello sfuggire. Fuga dalle responsabilità, soprattutto da relazioni impegnative per sé, per gli altri.

A fronte di questa dispersione si va in cerca di prontuari e ricette. Brevi, concise, soprattutto praticabili. Americane o esotiche che siano. Soluzioni facili, a portata di mano, ritenendo per tal via di potere sciogliere i grumi di dolore, i ‘nodi veri’ di sé e del mondo. E’ lo spirito del tempo.

La prima mossa che allora bisogna fare è quella di ripartire da sé, di riprendere e riannodare i fili della propria anima. Al disagio si regge se lo si affronta. Avremo maggiore salute se signoreggeremo il rischio, se nelle incertezze del presente troveremo misura. La nostra misura. Della nostra potenza, del nostro limite. Non possiamo tutto, ma abbiamo in mano il potere che conta: il governo di noi stessi. E per le nostre brevi vite basta e avanza” (2002, Stare al mondo, Feltrinelli, Milano, pp. 104-105).




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