Premessa generale (relativa a tutti i post)

Questo blog esiste grazie ai contributi di vari autori. Il gruppo iniziale (che contiamo di allargare) non è omogeneo per molti aspetti (e non potrà né dovrà mai esserlo), ma condivide l’idea che il tempo della vita meriti di essere vissuto con consapevolezza e passione, anche se la cultura di massa, i rituali sociali .. (continua a leggere la premessa generale)

venerdì 16 luglio 2010

Frank Capra e il cinema della compassione

Masse è un termine buono per il gregge, inaccettabile, insultante, degradante. Quando vedo una folla, io vedo un insieme di liberi individui: dove ciascuno è una singola persona, ciascuno un re o una regina, ciascuno una storia che potrebbe riempire un libro, ciascuno un’isola di dignità”.

Frank Capra (1971), Il nome sopra il titolo – Autobiografia, trad. it. Lucarini, 1989, pp. 287-288.


Frank Capra (1897-1991) avrebbe tutte le qualità per essere nominato “il regista del nostro blog”, nonostante alcuni aspetti discutibili della sua concezione della società che terrò presenti. Egli ha anche tutte le caratteristiche di un autore “eterno” che, al di là della inevitabile datazione delle sue opere, parla “a tutti”, ai vecchietti di oggi, suoi contemporanei, a quelli che come noi hanno visto i suoi film in TV e agli adolescenti naturalmente attratti da film di tutt’altro genere. Egli, come risulta da una intervista rilasciata nel 1985, tradusse anche nel suo modo di fare film la sua forte attribuzione di valore alla vita umana. Egli accettava le sollecitazioni di tutti i collaboratori, ma si assumeva la responsabilità di tutto il lavoro (soggetto, sceneggiatura definitiva e regia) e dava la sua “impronta” ad ogni film sia sviluppando certi contenuti, sia pretendendo dagli attori, già negli anni ‘40, una recitazione assolutamente spontanea, perché voleva che i suoi film riportassero la vita reale ed i problemi reali delle persone reali.

I punti fermi del Capra-pensiero sono

a) una delicatissima percezione della realtà interiore degli esseri umani

b) una forte sottolineatura dell’impegno morale che lega gli uomini fra di loro

c) un’idea limpida (anche se semplificata) della società intesa come comunità di persone.

I primi due aspetti attraversano tutti i film, anche quelli più “leggeri” e divertenti, perché proprio il costante rinvio tra i due caratterizza l’idea dell’uomo che Capra ci trasmette. La sensibilità di Capra per le varie sfaccettature della soggettività bilancia la sua concezione etica evitandogli una caduta nel moralismo. D’altra parte il richiamo all’impegno verso gli altri bilancia la carica sentimentale dei suoi film evitandogli una caduta nell’intimismo. Una sintesi perfettamente equilibrata dei due aspetti si realizza nel film più noto di Capra: La vita è meravigliosa (1946). Il figlio Frank Capra jr. ha riferito, in un’intervista del 1991, che questo film era il film che aveva sempre desiderato di fare, proprio perché sviluppava compiutamente un tema per lui importantissimo: “Questo tema, cioè come ogni vita incide sulle vite di altri lo ha sempre toccato più profondamente di qualsiasi altra idea che avesse mai avuto”.

Vorrei spendere qualche parola su questa opera che non ebbe un grande successo, inizialmente, ma che con il passare degli anni è stata sempre più apprezzata. Con l’inserimento nella storia di un angelo ingenuo, buffo, ma limpido di cuore, per l’esattezza un “angelo di seconda classe” (senza ali) che deve meritarsi, appunto, le ali, Capra riesce a trattare in modo leggero un tema decisamente “pesante” come il pensiero del suicidio in un momento della vita in cui tutto va a rotoli. Nella notte di Natale, il personaggio principale (James Stewart) viene fisicamente tratto in salvo dalle acque del fiume in cui si era gettato e poi viene ascoltato con attenzione. Nel momento in cui dichiara che la sua vita non vale nulla e che preferirebbe non essere mai nato, viene esaudito ed ha la possibilità di vedere ciò che sarebbe diventato il paese in cui vive senza il suo piccolo ma fattivo contributo alla comunità. Il fratello sarebbe morto ancora bambino senza il suo provvidenziale intervento, la moglie non si sarebbe sposata, i suoi figli non sarebbero nati e il paese sarebbe caduto nelle mani di un avido riccone che in realtà egli aveva contrastato procurando mutui agevolati a persone prive di possibilità economiche. Vedendo tutto questo, capisce che anche se la sua vita gli era sembrata insensata in un momento di particolare vulnerabilità personale, aveva comunque il senso che egli aveva dato ad essa: egli aveva costruito intensi e positivi rapporti amicali e famigliari ed aveva anche influenzato positivamente la vita di tante persone. Proprio la singolare esperienza di incontrare tante persone che ben conosce senza essere riconosciuto e di osservare la loro vita in un tessuto sociale ben diverso da quello a cui egli aveva contribuito, lo porta a chiedere all’angelo di restituirgli la sua vera vita e a dargli la possibilità di affrontare “da uomo” le difficoltà a cui aveva voluto sottrarsi. Indiscutibilmente commovente il finale: nell’attesa del suo ritorno, la moglie, gli amici e tutte le persone che aveva negli anni aiutato, avevano unito le loro forze per tirarlo fuori dai guai.

Il terzo aspetto del Capra-pensiero per certi aspetti è ingenuo, ma per altri aspetti tocca quel piano profondo che caratterizza la vera dimensione della politica. Tale aspetto affiora in varie opere, ma è centrale nel film del 1941 intitolato Arriva John Doe (commercializzato anche con il titolo I dominatori della metropoli). Il film non è uno dei migliori di Capra e giustamente viene definito “prolisso, verboso, retorico” nel Morandini (Dizionario dei film 2009, Zanichelli). Tuttavia lo spettatore viene “catturato” dallo sviluppo della narrazione. Si può dire che il film può rafforzare un “buonismo” di tipo conservatore negli spettatori più sprovveduti, ma può anche sollecitare interessanti riflessioni negli spettatori colti e capaci di “mettere da parte” l’interclassismo del regista, che in fondo “salva” il liberismo proprio denunciandone gli sviluppi “disonesti”.

La storia inizia con una trovata “geniale” di una giornalista (Barbara Stanwyck) motivata a non perdere il posto: pubblica una lettera (inventata di sana pianta) di un lettore disoccupato (John Doe) che preannuncia di volersi togliere la vita “per protesta” buttandosi dal tetto del Municipio la notte di Natale. (Si noti che l’idea del “suicidio natalizio” anticipa in questo film il tema del film La vita è meravigliosa). Si scatena in città una caccia all’uomo: persone che gli vogliono offrire un lavoro o che sono disponibili ad ospitarlo ... e il quotidiano locale incrementa le vendite. La giornalista non perde il posto e viene incaricata di trovare una persona disposta a incarnare questo frutto della sua fantasia. Ovviamente si presentano decine di mendicanti nella speranza di ottenere qualche sostegno economico o un lavoro e uno di essi, un ex lanciatore di baseball di una squadra provinciale, disoccupato e affamato (Gary Cooper) viene scelto per raccontare la sua storia e denunciare le ingiustizie subite dai “poveracci” come lui, a tutto vantaggio della tiratura del giornale locale. Il finto John Doe ed il suo amico (un mendicante “convinto” che detesta le lusinghe del denaro e vede con diffidenza tutta la situazione), vengono ospitati in un Hotel a spese del giornale, ma gradualmente la serie degli articoli prende una direzione imprevista. Nei (finti) testi di John Doe la giornalista inserisce brani del diario di suo padre (una persona che quando era in vita aveva portato avanti iniziative filantropiche) e la semplice protesta diventa, iorno dopo giorno, un appello alla solidarietà umana, alla disponibilità verso chi ha bisogno (di denaro, di aiuto, di compagnia). Nascono in tutto il paese dei Circoli John Doe e un ricco Paperone si inserisce nel gioco appoggiando (e finanziando) il movimento sorto dal nulla, radicandolo in tutto il territorio degli States. Questi ha, ovviamente, mire personali (anche politiche) e alla fine dovrà scontrarsi con l’ex-barbone calatosi ormai nel personaggio e intenzionato a fare sul serio e a portare avanti il messaggio di solidarietà ripetuto in tanti incontri pubblici.

I colpi di scena si susseguono a ritmo serrato in questo film che, dopo mezzo secolo è ancora stranamente attuale, forse perché è un film “senza tempo” e tratta i temi fondamentali della politica, pur inglobando le ingenuità fondamentali con cui molta gente riflette sui problemi politici.

Il primo punto da evidenziare è il mito interclassista del movimento John Doe (e del regista): cioè l’idea che si possa aspirare ad un mondo migliore senza mettere in discussione la logica del profitto e quindi il liberismo. Tale mito, razionalizzato nella dottrina sociale della chiesa cattolica e nel pensiero di tanti progressisti moderati, è in realtà un velo che occulta e in ultima analisi rafforza lo sfruttamento economico. Capra esplicita nel corso del film, anche se con le migliori intenzioni, questo mito, parlando del “popolo”, degli “umili”, senza mai mettere in discussione le spietate leggi fondamentali del capitalismo. I tanti John Doe sono concepiti come singoli e non come una classe o una parte della società. Per questo, nel film si dice “Se spingessimo tutti nella stessa direzione allo stesso tempo muoveremmo il mondo”. Il populismo “umanitario” tocca anche lati profondi dell’animo, ma impedisce di capire che le radici dello sfruttamento non stanno solo nell’avidità "eccessiva" di alcuni, ma in un “sistema” economico che consente sia ingiustizie normali, sia ingiustizie "eccessive".

Oggi questa ambiguità è tornata attuale. Nel nostro paese, che è rimasto strutturalmente liberista, molte carte si sono rimescolate. La classe dominante non è più così definita come in passato. Nuovi ricchi non hanno una fabbrica, ma una semplice poltrona occupata dopo regolari elezioni e da quella poltrona taglieggiano quelli che le fabbriche le hanno davvero, ma sono ben contenti di farsi taglieggiare in cambio di favori. Vecchi ricchi sono in impreviste difficoltà se non vogliono accettare compromessi. Nuovi ricchi non hanno capitali produttivi, ma capitali finanziari e moltiplicano la loro ricchezza con una semplice transazione, senza sfruttare direttamente dei lavoratori regolarmente assunti. Nuovi ricchi, da quando la corruzione è diventata “organica” al sistema produttivo, non hanno un ruolo preciso nella filiera della produzione, ma raccolgono tante briciole da riuscire comunque a vivere nel lusso. In questa confusione di superficie, molti “nuovi poveri” non capiscono o non vogliono più capire e si sentono “poveri” anziché “sfruttati”, si sentono “consumatori in difficoltà” anziché “classe” ed aspirano a stare meglio individualmente dopo aver rinunciato a migliorare la società assieme agli altri. Non solo: i partiti tradizionalmente “schierati” e orientati a rappresentare la classe dei lavoratori, non rappresentano più nessuno, “dialogano” con i partiti reazionari e prospettano generici cambiamenti nell’interesse “di tutti”.

In un mondo che è basato sullo sfruttamento come una volta, ma che ha cambiato faccia e in cui chi combatteva tale mondo ha “perso la faccia” c’è un rigurgito di populismo e di “apoliticità” che rischia di confondere del tutto le acque. Il populismo dei “Paperoni”-aspiranti-dittatori può essere smascherato, ma il populismo dei confusi anti-Paperoni costituisce un nuovo problema perché rischia di far scadere il progetto ancora possibile di una società migliore ed egualitaria a semplice denuncia della corruzione, del “malgoverno” e “degli sprechi”.

Se, dopo queste riflessioni, esaminiamo le idee di quelli che ingenui non sono e che stanno anche dalla parte giusta e capiscono che non va messa in discussione solo la corruzione, ma la struttura economica alle sue radici, vediamo spesso l’errore opposto: vediamo persone competenti che parlano in modo assennato di colpo di stato strisciante, che contestano alle radici il liberismo, che chiariscono gli intrecci fra capitalismo industriale e capitalismo finanziario, ma che non toccano i sentimenti delle persone. Toccano più facilmente i sentimenti delle persone proprio i reazionari che cavalcano gli incubi dell’uomo “medio” (cioè il lato negativo di John Doe) e raccattano voti con “idiozie locali” (di tipo "padano"), con paure confuse (“gli altri”, i “diversi”, gli extracomunitari), oppure seducono con il mito del “tutti uniti” in un edonismo condiviso e televisivamente giustificato. I movimenti progressisti e di sinistra non commettono questi crimini ideologici, ma non riescono più a toccare le corde profonde e positive dei sentimenti delle persone. Non sto dicendo, quindi, che debbano annacquare i loro programmi (quando li hanno) in un populismo confuso, ma che dovrebbero coinvolgere le persone sul piano ideale, morale ed emozionale, cioè dovrebbero dare una direzione al bisogno che tutti abbiamo di costruire assieme a tanti altri una società migliore [cfr. il POST Sogni e politica].

Frank Capra è arrivato a costruire la sua carriera di regista partendo dall’esigenza iniziale di liberarsi dalla miseria e accarezzando poi ambizioni personali: prima negli studi, laureandosi in ingegneria, poi nella ricerca di un lavoro, poi, non trovando il modo di lavorare come ingegnere, accettando la sfida del mondo del cinema. Tuttavia, se i suoi sforzi iniziali sono stati motivati dall’esigenza di affermarsi, quelli della maturità sono stati motivati principalmente dal desiderio di esplorare i cuori delle persone “non con la forza della logica ma con quella della pietà” (Autobiografia, cit. p. 446).

E’ proprio la pietà, la pietas, che ha tenuto insieme le esperienze personali e professionali di questo uomo acuto, creativo ed estremamente semplice. E’ la pietas che ha dato profondità a tutte le sue commedie (anche a quelle più esilaranti e comiche), così come alle sue convinzioni morali, religiose e politiche. Si può essere in accordo o in disaccordo con la sua concezione religiosa dell’uomo o con la sua adesione alla democrazia liberale degli Stati Uniti, ma proprio la sua sentita convinzione del valore della persona impedisce alla sua religiosità di scadere nel moralismo e al suo ingenuo patriottismo di scadere nel conservatorismo.

A differenza di studiosi o scrittori intellettualmente più sofisticati egli ha trovato il modo di trasmettere in modo immediato ed emotivamente toccante la sua concezione della persona a milioni di persone e di creare un “contagio benefico” da cui l’umanità non è ancora “guarita” e da cui spero proprio non guarirà mai. E’ riuscito a “dilatare la nostra anima” facendoci piangere e ridere, ma facendoci comunque ridere con il cuore leggero: “lo spirito, lo humour, il riso sono la speranza, la promessa, la luce, il gusto, il profumo che animano i nostri giorni di pellegrinaggio su questa terra” (Autobiografia, cit. p. 537).

Gianfranco


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