Premessa generale (relativa a tutti i post)

Questo blog esiste grazie ai contributi di vari autori. Il gruppo iniziale (che contiamo di allargare) non è omogeneo per molti aspetti (e non potrà né dovrà mai esserlo), ma condivide l’idea che il tempo della vita meriti di essere vissuto con consapevolezza e passione, anche se la cultura di massa, i rituali sociali .. (continua a leggere la premessa generale)

giovedì 12 agosto 2010

SpontaneaMente

"...quando qualcuno s'impadroniva di una verità, e diceva che quella era la sua verità e si sforzava di vivere secondo essa, allora costui si trasformava in una caricatura, e la verità che egli abbracciava, in una menzogna".

(Sherwood Anderson, 1919, Racconti dell'Ohio, trad. it. Einaudi, Torino, rist. 1971, p. 10)

Quando si parla di spontaneità si intende praticamente ciò che si vuole. Di fatto il concetto in questione si presta a riflettere sia il buon senso, sia i pregiudizi, sia le confusioni di chi parla, proprio perché confina con aree “problematiche” della “cultura” come quella dei sentimenti e quella delle relazioni interpersonali.

Il termine “spontaneità” non dovrebbe essere riferito al “fare le cose senza pensarci” perché in tal caso sarebbe un sinonimo di stupidità: a parte gli stupidi, noi pensiamo sempre, quando ci esprimiamo. Se ci esprimiamo “liberamente” abbiamo deciso che possiamo concederci certe libertà. Infatti, nessuna persona ad una festa si accorge all’improvviso che “spontaneamente” sta pisciando in mezzo alla sala o in un vaso di fiori. Nemmeno i cani “la fanno” con tanta leggerezza e chi ha dimestichezza con questi animali sa benissimo con quanta cura scelgano il posto “giusto”. L’unica differenza sta nel fatto che il nostro posto “giusto” (il bagno) non è quello preferito dai cani.


Con il termine “spontaneità” sicuramente indichiamo qualcosa di bello e spesso alludiamo ad una sorta di “paradiso perduto”, ma proprio per via di tale “perdita” non riusciamo facilmente a capire cosa abbiamo perduto. Un po’ come certi anziani che dicono “non trovo ciò che stavo cercando” e, interrogati sulla cosa cercata confessano di non ricordarla. Quindi, brancolando nel buio ci interroghiamo sulla nostra o sull’altrui spontaneità e a volte sentenziamo a casaccio, tanto per dire qualcosa.


Se non è il pensiero (sempre presente) ad interrompere la nostra spontaneità, cosa ci fa sentire poco spontanei in una nostra espressione? Forse è un particolare modo di pensare. Proverò a seguire questa pista dopo aver fatto qualche premessa.


I comportamenti spontanei non sembrano ragionevolmente confinati all’ambito delle situazioni giocose o erotiche o informali. Si può essere molto meticolosi nel fare un gioco di società, si può essere falsi e calcolatori in un incontro erotico e si può essere metodici nello scompigliarsi i capelli per non sembrare “troppo in ordine”. Al contrario si può parlare con scioltezza ad una conferenza ed è possibile rilassarsi e “vuotare il sacco” se interrogati da un magistrato.


La spontaneità sembra inoltre non avere a che fare con la frivolezza (che ha una connotazione negativa) o con la “seriosità” (pure insopportabile), ma sembra aver a che fare con modalità sia piacevolmente “leggere”, sia opportunamente “serie” di espressione di sé. In pratica, non ha a che fare con ciò che si fa ma con quanto si è “sinceri” nell’esprimere se stessi. In questo senso, se non poniamo un semaforo rosso tra ciò che desideriamo (in una particolare circostanza) e ciò che mostriamo, siamo spontanei.


Mettendo così la questione potremmo anche pensare di aver risolto il problema. Purtroppo le cose non sono così semplici, dal momento che noi stessi spesso non abbiamo la più pallida idea di cosa desideriamo. Forse allora, per essere spontanei abbiamo bisogno di due semafori verdi: uno che ci dia via libera nel sapere cosa vogliamo davvero ed uno che ci dia via libera nel mostrarlo agli altri.


Se ad esempio stiamo parlando in pubblico e sentiamo i sudori freddi, la voce che trema e l’ansia che ci insegue, non stiamo parlando spontaneamente e probabilmente non capiamo perché, dato che abbiamo fatto apposta molti chilometri per partecipare a quel convegno e crediamo di essere lì proprio per esprimere le nostre idee. Per quanto ne sappiamo, volevamo essere lì e volevamo dire proprio quelle cose, ma ci sentiamo e risultiamo “strani” come i killer interrogati sull’alibi relativo al giorno e all’ora dell’omicidio.


Se siamo poco spontanei, quindi abbiamo in mente cose diverse da quelle che consapevolmente ci proponiamo di esprimere e abbiamo, quindi, in mente cose che disturbano il processo comunicativo consapevolmente deciso. In questo senso la mancanza di spontaneità può dipendere da un particolare modo di pensare, cioè da un “pensare bugiardo”: conosciamo le finalità “ufficiali” del nostro agire ma non “le altre”. Ma quali? Di fatto nascondiamo (a noi stessi prima che agli altri) che il nostro vero obiettivo non è quello “ammesso” (insegnare qualcosa, chiedere un favore, fare del buon sesso, ballare, ecc.) ma un secondo (“ulteriore”) obiettivo. Un obiettivo che è difficile da ammettere proprio perché irrazionale. Va notato, infatti che quando, esprimendoci, abbiamo dei secondi fini di cui siamo consapevoli, non risultiamo poco “spontanei”: se recitiamo bene sembriamo spontanei e se siamo “esitanti” risultiamo “falsi” (ma non “poco spontanei”). Ciò che disturba la spontaneità è quindi un “secondo pensiero” di cui noi per primi siamo inconsapevoli.


Il “secondo pensiero” (segreto) che disturba la nostra spontaneità è, a quanto riesco a capire, un pensiero irrazionale che non si aggancia alle nostre esigenze attuali, ma a paure e illusioni rassicuranti radicate in situazioni mai risolte in precedenza. Ho già chiarito [cfr. il POST Cuccioli umani] che nell’infanzia dobbiamo maneggiare esperienza ingestibili di rifiuto e di umiliazione. Per non precipitare in una sofferenza più grande delle nostre capacità (incomplete) di elaborazione del dolore, a volte ci aggrappiamo all’illusione di essere rifiutati per qualche nostro errore o difetto e quindi all’illusione di poterci “redimere”. Ci raccontiamo cioè in modo artigianale la balla sistematizzata dalle grandi religioni monoteistiche secondo cui una divinità può massacrarci per colpe nostre, ma noi forse possiamo “migliorarci” e “redimerci”. Sia la balla privatissima e infantile, sia quella teologica (egualmente infantile) trascurano un dettaglio: i bambini non “meritano” MAI di essere “rifiutati”. Possono essere sgridati se giocano con la presa elettrica o “repressi” se tirano la coda al gatto, ma non “meritano” mai un rifiuto, una “esclusione dalla sicurezza di un abbraccio”. Se i genitori spezzano quel legame di sicurezza necessario ai bambini lo fanno a causa della loro follia e non a causa di ipotetiche “colpe” dei bambini. Questo è il motivo per cui la stessa teologia del peccato è una bestemmia sistematizzata: essa ipotizza una divinità ancora più nevrotica dei normali genitori, in quanto capace addirittura di infliggere un’esclusione “eterna”.


E’ chiaro che se un bambino, per non sentirsi abbandonato e intollerabilmente solo, si illude di essere temporaneamente massacrato per qualche propria inadeguatezza, finisce per tormentarsi su cosa deve fare e come deve agire PER essere (poi) accettato. Finisce quindi per inventarsi dei secondi fini di cui però NON PUO’ essere consapevole. Infatti, se il bambino si dicesse “in questa famiglia di pazzi non sono amato, ma se mi invento di avere delle colpe posso illudermi di essere amato in quanto diligente o servizievole”, non riuscirebbe a nascondersi la propria disperazione: anzi, la espliciterebbe nel modo più drammatico. Per tale motivo, quando il bambino si inventa queste fesserie lo fa “di nascosto a se stesso”. Entra cioè nel tunnel della “ansia ottimistica” senza riconoscere ciò che fa. Si protegge dal dolore con un complesso ragionamento (sballato) che però funziona se viene “reso operativo” al di sotto della soglia della consapevolezza. L’inconscio è “questa roba qui” e non un contenitore di idee incestuose e distruttive inventate da psicoanalisti fuori di testa. Ora, cosa succede se il bambino si propone consapevolmente di stare nei boy scout? Sta nei boy scout e poi cresce e va in gruppi più interessanti. Se invece il bambino si propone inconsapevolmente delle cose assurde solo per non sentire una sofferenza, dopo venti o quarant’anni continua ad eseguire meticolosamente quel progetto difensivo che non ha più alcun senso. Continua cioè a vivere, di fatto, perseguendo scopi che a sei anni erano “utilmente difensivi”, ma che a quaranta sono inutilmente devastanti. E si trova a quarant’anni impacciato ad una conferenza o con una fidanzata.


Purtroppo, molte delle cose che facciamo si spiegano con la ricerca di sicurezze che ci servivano a quattro o a nove anni e che non ci servono più. Quando ad un comizio un oratore viene fischiato non succede nulla di rilevante per l’integrità psicologica del personaggio politico. Quando una bella fanciulla (o un giovanotto) scarica un corteggiatore (o una corteggiatrice) non succede proprio nulla di grave: anche se l’esperienza può risultare dolorosa è sicuramente tollerabile. L’ansia o il panico in tali situazioni non ha quindi alcuna funzione ragionevole nel presente.


Seguendo questa linea di pensiero siamo quindi arrivati ad individuare alla base della mancanza di spontaneità una ricerca (non consapevole) di “accettazione” in situazioni in cui tale ricerca non serve più. Chi parla in pubblico dovrebbe preoccuparsi di fare un servizio valido (cioè di non dire cose inutili per gli ascoltatori) e non di “fare bella figura a cinque anni”. Chi si propone di fare sesso, dovrebbe essere concentrato sul (ragionevole) obiettivo attuale piuttosto che su una possibile accettazione relativa ad un passato remoto. In pratica, se noi convivessimo consapevolmente (e dolorosamente) con il senso di solitudine e di rifiuto che non abbiamo mai accettato negli anni dell’asilo saremmo sempre spontanei e ci troveremmo nella condizione di non fare le cose che non ci interessano o di far in modo semplice e diretto quelle che davvero oggi ci interessano. Nessun atleta può essere “spontaneo” in un triplo salto mortale perché “una roba di quel genere” si fa con abilità tecnica e non “spontaneamente”. Tuttavia, gli oratori sarebbero spontanei con il pubblico, gli amanti farebbero sesso spontaneamente, i professori sarebbero “curati” nella didattica ma informali nella comunicazione e così via. Le cose funzionerebbero bene nel mondo dei grandi se funzionassero bene nel mondo dei piccoli. Ciò dimostra l’importanza che ha anche sul piano del funzionamento sociale il modo in cui i “cuccioli umani” vengono trattati [cfr. il POST Alexander Neill e la scuola di Summerhill].


I bambini vengono normalmente trascurati e rifiutati, come gli animali, anche da chi è ben disposto nei loro confronti, proprio perché la loro spontaneità superficialmente è apprezzata da (quasi) tutti ma in realtà fa paura. La gente è convinta che se non viene regolamentata la libera espressione di sé nei bambini e negli animali, questi diventeranno distruttivi, mentre accade proprio il contrario: è la repressione a inquinare il bisogno di contatto, la ricerca dell'affetto e la disponibilità a costruire rapporti armonici. La repressione induce paura e rabbia e quindi favorisce reazioni non più spontanee ma confuse, che vengono poi fraintese come espressioni "naturali" da reprimere. Il bambino capriccioso ha già obbedito (è petulante nel chiedere "cose" proprio perché ha già rinunciato a chiedere affetto), il bambino "antisociale" è già stato umiliato e si è già rassegnato a "tirarsi su" con i più deboli e il cane "casinista" ha già rinunciato a fare lunghe passeggiate, a giocare ed a cercare un'intesa con gli umani, rassegnandosi quindi a "girare a vuoto".


La spontaneità è temuta anche da chi la teorizza. Temono la spontaneità gli adolescenti ligi ai doveri ed ai rituali famigliari e sociali, ma temono la spontaneità anche gli adolescenti che esibiscono una ribellione inconcludente fatta di "etichette e divise": si pettinano come gallinacci punk, si sottopongono diligentemente alla tortura dei tatuaggi e si illudono di essere liberi solo perché hanno rinunciato al conformismo conformandosi all'anticonformismo; in realtà, come i carcerati nell'ora d'aria non costruiscono niente di positivo, ma si aggregano ad altri disperati in una confusa solitudine condivisa.


La spontaneità non equivale alla ribellione autorizzata (come il Carnevale) perché viene prima della repressione-ribellione e consiste nella manifestazione della curiosità, della fiducia, della voglia di un'armonia possibile. Prima di diventare soldatini o rompiballe i bambini sono stati spontanei e prima di diventare animali da circo (o da appartamento) i cuccioli sono stati spontanei. In altre parole prima di diventare mostri di obbedienza-disobbedienza sono stati autenticamente liberi e disponibili all'incontro.


La bellezza della scena del film Balla coi lupi (di Kevin Costner) in cui l'attore principale cerca di ottenere la fiducia del lupo e di fargli accettare un po' di cibo dalla sua mano è esaltante. Il lupo ha paura di questo animale sconosciuto, ma sente che non gli è ostile. Esita, si avvicina e dopo un intenso conflitto interiore accetta l'alleanza. In seguito i due "danzeranno assieme" nella notte. Tutto ciò non ha nulla a che fare con la complicità "forzata" fra umani che inducono i loro "amici" cani a fare gare e nemmeno con la "passione" che porta tante persone a fare scommesse sulle corse dei cavalli. I bambini trattati come reclute in addestramento e gli animali trattati come oggetti utili o come bambini o come "dispensatori di compagnia", sono la prova della lotta alla spontaneità normalmente in corso. Nella lotta alla criminalità molti delinquenti "la fanno franca", ma nella "lotta alla spontaneità" quasi tutti i bambini e quasi tutti gli animali soccombono e vengono "normalizzati". Eppure oltre il muro di questo incubo mentale è possibile quell'esperienza bellissima, per un adulto, che consiste nel realizzare un rapporto di fiducia e di rispetto con un bambino o con un animale.


Abbiamo già parlato degli adulti "ansiosi" che non riescono ad essere spontanei perché pensano "da qualche parte" alla loro accettazione anziché a ciò che stanno facendo. Quando però gli adulti risultano tanto “corazzati” da non avere più nemmeno ansie strane, diventano degli “automi sereni” e non hanno più alcun conflitto relativo alla propria spontaneità; non hanno né ansia né voglia di ansiolitici perché non sanno più nemmeno cosa significhi essere spontanei. In tali casi, le persone “tranquillamente e normalmente folli” hanno “saltato il fosso” e si sono smarrite nel nulla. Credono di sapere chi sono e si illudono di sapere che tutto andrà bene, dato che ciò che fanno è “la cosa giusta”. In questi casi le persone possono “perdersi” in qualsiasi personaggio recitato. Due tra i personaggi più gettonati di questo tipo, sono quelli riconducibili alla “frivolezza” e quelli riconducibili alla “seriosità”. Le persone frivole sono persone insopportabili che hanno una fede incrollabile nella propria simpatia. Le persone seriose sono persone insopportabili che hanno una fede incrollabile nella propria capacità di essere apprezzate. Ciò che hanno in comune è il fatto di essere “latitanti”: stanno apparentemente qua, ma vivono nel mondo dei sogni. Le oche giulive o i “simpaticoni”, cosi come le “maestrine” e i tipi “austeri” risultano gradevoli come le tasse, ma vivono nella certezza del loro splendore. In realtà hanno sepolto la loro vera bellezza sotto una maschera che ritengono “vendibile” e che, in realtà, negli anni in cui andavano all’asilo o alle elementari dava a loro l’illusione di potersi “meritare” un’accettazione che in realtà non c’era.


Parliamo in questi ed in altri casi di normali sfumature del carattere, e non di follia in senso psichiatrico, cioè parliamo di varianti di quella “corazza” che imprigiona la spontaneità e che cancella molte cose belle: il gusto di pensare con la propria testa e di dire cosa si pensa, la libertà di ammettere cosa si desidera, di fare richieste limpide, di ringraziare se la risposta è bella o di piangere se la risposta è brutta. Non solo: tale corazza imprigiona anche l’amore per se stessi e per gli altri. E impedisce l’accettazione di una terribile (ma ovvia) verità: che siamo tutti stati amati poco e siamo anche oggi normalmente trattati male, ma che ciò non “pesa” più come quando eravamo piccoli, perché oggi possiamo avere sempre rispetto per noi stessi, possiamo cercare brave persone e scaricare le persone “normali” (cioè normalmente fuori di testa) e soprattutto possiamo fare sempre e solo cose sensate per noi stessi e per chi amiamo.


Gianfranco

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